“E’ legittimo comunque pensare che se il ciuccio viene usato sporadicamente e con criterio, i rischi di interferenza possano essere ridotti” dice Claudio Profeti. “Tra l’altro studi recenti e ben condotti tendono a ridimensionare le responsabilità del ciuccio, evidenziando che il suo uso potrebbe non essere la causa del divezzamento precoce, ma piuttosto evidenziare preesistenti difficoltà nell’allattamento o altri fattori complessi, come la motivazione materna.
In mancanza di una visione univoca, la maggior parte delle Società Scientifiche, prudentemente, raccomanda l’uso del ciuccio per i nati a termine solo quando l’allattamento al seno è ben avviato, ossia dopo che è trascorso il primo mese di vita”.
Si è visto che, nei bambini pretermine non ancora capaci di attaccarsi al seno e alimentati con sondino naso-gastrico, l’uso sistematico del ciuccio può facilitare l’acquisizione della capacità di succhiare e deglutire e quindi di assumere latte dal seno materno e dal biberon; di conseguenza può ridurre anche i tempi di ricovero. In terapia intensiva neonatale il succhiotto viene utilizzato efficacemente anche per ridurre la percezione del dolore.
“La suzione non nutritiva è un automatismo innato nel bambino, che procura soddisfazione e tranquillizza” dice Profeti. “Come la suzione del seno, quella del ciuccio ha anche una funzione consolatoria e analgesica e proprio per questo in ospedale può essere di conforto al bambino tutte le volte che si devono eseguire procedure dolorose, come le punture”. Ma anche successivamente potrà rappresentare un aiuto in più, in alternativa al seno, quando ad esempio la mamma dovrà portare il proprio figlio a fare le prime vaccinazioni.

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