Il ciuccio è stato a lungo demonizzato perché accusato, nell'ordine, di: ostacolare l'allattamento al seno, ritardare lo sviluppo del linguaggio, rappresentare una sorta di vizio, rovinare denti e palato, causare coliche. Per questi motivi, intere generazioni hanno provato a forzare l'abbandono del ciuccio, ricorrendo a diversi espedienti: dal "furto" dello stesso da parte di personaggi di fantasia fino alle sparizioni improvvise.
In realtà, l'uso del ciuccio è stato in parte riabilitato. Merito delle nuove tipologie di succhietti ma anche della letteratura scientifica più aggiornata. I nuovi modelli di ciuccio non ostacolano l'allattamento al seno ma salvano la mamma nei momenti di crisi fuori casa, per esempio. Così come la forma e i materiali dei ciucci di nuova generazione sono stati pensati proprio per favorire lo sviluppo fisiologico del palato.
Al di là di tutte queste considerazioni, prima o poi arriva il momento in cui il ciuccio va abbandonato. Gli esperti, a tal proposito, concordano tutti su un punto: niente fretta, ciascun bambino ha infatti esigenze e bisogni di rassicurazione diversi.
Nell'abbandono del ciuccio, il "quando" è davvero soggettivo. Ci sono, infatti, bambini che tolgono spontaneamente il ciuccio ai primi tentativi di conversazione, proprio perché ostacolati nella verbalizzazione.
Alcuni di questi bimbi, rimettono il ciuccio subito dopo aver parlato mentre altri lo abbandonano totalmente e senza traumi. Diciamo che, secondo gli esperti, nel momento in cui si inizia a dialogare il ciuccio va abbandonato gradualmente proprio per favorire questo tipo di interazione.
Lo stesso ragionamento può valere per la fase del gioco, ideale per far percepire il ciuccio come ostacolo per godersi il divertimento al parco o all'asilo.

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